mercoledì, 03 settembre 2008

Questo testo è un articolo che uscirà il 14 c.m.  (col titolo: "Per fare un serpente ci vogliono tante lattine"), nel n° 38 di operaincerta dedicato al tema della paura.


A scuola ci sono andato prima con una modesta cartella, poi con una cinghia di gomma (che usavo accorciare con un nodo appena s’allentava per l’uso). Poteva capitare che scarabocchiassi qualcosa con la biro, lungo le scanalature della gomma, ma senza speciali ambizioni estetiche. Gli zaini che passano dentro le classi dove insegno sono invece pieni zeppi di scritte elaborate e di cose. Dentro e fuori. Dentro di volumi (che le case editrici si ostinano a confezionare per spedizioni giornaliere con autobus, scooter, bici, trascurando che gli studenti non dispongono di sherpa), e di svariate risorse hi-tech. Fuori di gadget e amuleti d’ogni tipo. Certi sono misteriosi. Una ragazza mi ha spiegato che le spire del serpente appeso al suo zaino e cresciuto con lei, sono fatte con gli anelli e le linguette che aprono le lattine di coca. Il crotalo metallico la segue sulla schiena, da casa a scuola e ritorno. Da anni.

Si tratta anche di moda (recente quella dei lucchetti che sigillano una promessa amorosa, sulla scia dei “Tre metri sopra il cielo”). Griffato quanto vuoi, ma sempre seriale, l’oggetto in tuo possesso diventa davvero tuo solo se lo sottoponi a piercing con pezzi della tua biografia. Ma prima che sociologica (o antropologica), la connotazione del gadget è psicologica. Tra gli amuleti appesi allo zainetto e la coperta di Linus circola un’aria di famiglia, tutti hanno a che fare con gli oggetti transizionali – nei termini di Winnicott, famoso psicanalista inglese. Cose del mondo cui i bambini piccoli s’attaccano quando devono elaborare il lutto per la perdita dell’onnipotenza (soggettiva) e accettare l’esistenza d’una realtà (oggettiva) che appena intravedono, non dipende dai loro desideri, mette paura. Per fronteggiare quali timori rinnovati s’allestiscono gli zainetti come alberi di natale?

Il processo d’apprendimento presenta due versanti, uno “interno”, l’altro “esterno”. Su quest’ultimo si dispongono le istituzioni (famiglia, scuola ecc.), lungo il primo si dispiega la complessità dei vissuti individuali, intra e intersoggettivi. Ogni volta che ci si trova a dover apprendere qualcosa di nuovo s’innescano ansie originarie, che possono essere tollerate e (ri)elaborate in modo efficace, creativo – spingendo così verso la crescita – oppure evitate, denegate, proiettate nell’altro. Ciò accade perché i nuovi contenuti del sapere disorganizzano temporaneamente quanto era già strutturato. Richiedono uno “spazio” mentale dove sistemarsi, per poi collegarsi organicamente a tutto il resto. Generano dubbi, esigono tempo, impongono attesa. Di qui il ruolo simbolico del versante “esterno”, prioritario quando l’approccio alla relazione pedagogica sia desunto dal modello della psicanalisi clinica: “[…] compito della struttura dell’insegnamento è quello di agire come contenitore delle ansie che si sprigionano nel processo di apprendimento, nel senso che lo stato emotivo legato all’informazione possa essere spogliato degli aspetti più dolorosi.” (R. Fischetti, Appunti per una pedagogia clinica, in “Revue de clinique groupale et recherche institutionelle”, n. 2, 1991).

Se l’insegnante si presta a essere “internalizzato” dal discente come una persona capace di prendersi il tempo necessario per pensare di fronte ai problemi (cioè non oppressa interiormente dall’assillo di dover in-segnare/far imparare subito ogni cosa), l’allievo si trova nella condizione migliore per tollerare l’ansia latente ogni volta che si devono imparare cose nuove, evitando così il rischio di bloccare il processo dell’apprendimento (“Questo non lo capirò mai” ecc.). Se viceversa il docente assorbe come una spugna tutte le ansie del gruppo-classe (o al contrario se ne sbarazza meccanicamente, “rassicurando” chiunque in modo stereotipato), venendo meno così al suo compito di contenimento, e d’altra parte deficit come questi non siano compensati a sufficienza dal gruppo dei docenti nel suo insieme (il livello istituzionale più prossimo all’alunno), l’ansia latente connessa all’apprendimento resta im-pensabile, im-pensata – come lo sono i fantasmi in cui essa ha la sua radice prima, lontana nel tempo, ma presente nell’inconscio – tende quindi a essere “evacuata”. Priva d’un “luogo” mentale dove essere trasformata, nel caso degli alunni più fragili tale ansia può esprimersi lungo le strade simboliche del rifiuto (fobia per l’apprendimento), della sfiducia in sé stessi, della depressione, oppure della rabbia, della sfida. 

Dentro gli zainetti ci sono anche le paure dei genitori. Oggi più che mai, dato che i figli, il loro futuro, sembrano aver preso il posto della trascendenza in una società largamente secolarizzata: “Spesso sono i genitori stessi che fanno a gara tra loro per piazzare bene i figli, fin da bambini, sulla linea di partenza, in maniera che non debbano partire svantaggiati rispetto ad altri. Si crea nei figli un’angoscia troppo grande rispetto alle aspettative di successo che immaginano che i genitori abbiano nei loro confronti.” (L. Boccanegra, Genitori & figli, in “Esodo”, n. 4, ott.-dic. 2006).

La mia studentessa di quarta avverte ogni giorno chiaramente il peso dei libri dentro lo zaino, ma il serpente di latta che lì sopra ha il suo nido sa meglio di lei quale sia il peso complessivo del bagaglio che lui – una lattina dopo l’altra, una mattina dopo l’altra – aiuta ad alleviare.

postato da: borg55 alle ore 16:12 | Permalink | commenti (1)
Commenti
#1   04 Settembre 2008 - 19:10
 
prof., mi sa che dobbiamo scambiarci più visite, sia noi qui, che tu dagli ibridi...
Ti aspettiamo :-)

http://ibridamenti.splidner.com
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente madmapelli

Commenti

categoria:cultura, diario, scuola, articoli, idee, giovani